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Non andrà tutto bene, se non ripensiamo la nostra preparazione.

“Andrà tutto bene” è la classica battuta da protagonista di film di guerra, detta con compassione all’amico morente. Non andrà tutto bene, se non ripensiamo la nostra preparazione agli eventi critici.

Ben inteso: non voglio ridicolizzare la necessità di comunicare che si uscirà da questa crisi. Anzi, sono ampiamente conscio di tale necessità. Tuttavia non si può non constatare come vi sia stata, inizialmente, una sostanziale differenza nella comunicazione italiana rispetto al resto d’Europa. Da una parte “andrà tutto bene”, dall’altra “siamo in guerra, morirà molta gente”. A distanza di pochi giorni, ovviamente, anche la narrazione politica italiana si è giustamente allineata.

Ma non voglio parlare di politica, è un argomento che oggi – bufale a parte circa i laboratori cinesi – lascia il tempo che trova. L’argomento che voglio toccare è appunto la narrazione, l’infodemia e la lezione che dovremmo imparare da questa crisi.

Un po’ di realismo, un pizzico di cinismo.

Ottimismo vorrebbe si narrasse di come usciremo da questa crisi. Il pessimismo invece falcidierebbe sin da subito la nostra capacità di riprenderci. Per deformazione professionale, il metodo che prediligo è il realismo, condito con un po’ di cinismo. Ottimismo e pessimismo sono forieri di bias cognitivi, per questo vanno evitati. Tuttavia il pericolo del cinismo è di disumanizzare noi stessi (e le nostre attività, un po’ come quei geni che hanno lanciato guide al corona virus e alle mascherine che contraddicono le istruzioni del Ministero della Sanità), per questo bisogna applicarne dosi minime.

Ora, guardando alla situazione con realismo, dobbiamo comprendere sin da subito che no, non andrà tutto bene. Andrà bene sulla lunga distanza a patto che ci si rimbocchi le maniche e si faccia un minimo di autocritica, capacità quest’ultima che negli ultimi 30 anni scarseggia in Italia (d’altronde, come disse un vecchio, “dopo Tangentopoli sono andati al comando gli eterni secondi, gli eterni mediocri”, e no, non parlava di politici, ma degli imprenditori). Di contro, e dovrei dire purtroppo, abbonda la teatralità, il fumo piuttosto che l’arrosto.

“Tanto non succede”.

Chiunque si sia occupato di consulenza con particolare riferimento all’Intelligence, al Risk Management, Security e Safety (per estensione anche Crisis Management e Business Continuity) conosce benissimo questa frase. Essa è la classica risposta  che il management rifila alla prospettiva di investire su processi, formazione, audit riferiti a eventi e contesti che potrebbero non verificarsi. Il problema è che poi questi si verificano – come è il caso dell’attuale crisi – e mettono in luce tutte le carenze in questione.

Certo, dopo un mese tutto Linkedin brulica di manager che se la cantano e se la suonano, ma non inganniamoci (e qui deve venire fuori un po’ di brutale cinismo): lo sappiamo che molte sono menzogne, sappiamo che molte certificazioni in ambito safety sono buffonate, sappiamo che mentre molti cianciano di smart working, moltissimi dipendenti non hanno un serio accesso (ed è meglio che non tocchiamo il settore scuola e università, perché si potrebbero raccontare episodi che rasentano la barzelletta).

Insomma, quello che non doveva succedere è successo, è arrivato il (mai troppo) temuto Cigno Nero e molti hanno scoperto che dietro il fumo, l’arrosto non c’era. Certo, tutti sono corsi (più o meno) ai ripari. Ma nel frattempo quanti danni si sono subiti? Quanto tempo (e denaro) si è perso?

Una crisi sistemica.

Come molti opinionisti e analisti hanno compreso, questa crisi è sistemica. Significa che è destinata a sottolineare, a evidenziare delle crepe nel sistema, in particolare quello occidentale ed europeo, costringendolo a correre ai ripari. Il punto è che molte di queste crepe erano ampiamente prevedibili. Non penso a certe ovvietà, come la sicurezza cibernetica nello smart working. Penso, per esempio, all’incapacità dei quadri dirigenziali di improvvisare e adattarsi. Si, so perfettamente che il lettore medio, in questo momento, si sta dicendo “io ho improvvisato e mi sono adattato”. Sbagliato. A sentire altre campane, come i vostri collaboratori e i vostri superiori, non avete fatto abbastanza.

Un buon capo (si, si chiamano così: capi, non coordinatori, non leader, e la loro funzione è dirigere e assumersi la responsabilità dei fallimenti. Il resto sono ciance da volgari imbonitori della PNL. Che poi ci siano stili di comando diversi, è altro affare da questo articolo) per prima cosa fa autocritica; non ha paura del fallimento, non ha paura di ammetterlo e si rimbocca le maniche. E questa è la prima lezione che dovremmo imparare: smetterla di cantarcela e cominciare, in silenzio, a fare una review del nostro comportamento, dei nostri processi, della nostra resilienza. Prima che il sistema collassi.

 

pubblicità-sociale-etica-coronavirus-officina-mirabilis-intellego

Ceci n’est pas une pandémie è la seconda immagine sul delicato tema “coronavirus” realizzata da Officina Mirabilis per una campagna di pubblicità sociale.
La campagna senza fini di lucro, a uscita irregolare e multicanale, è partita dal sito della società.
Quale segno di condivisione di valori e consolidata partnership, la seconda immagine viene diffusa tramite il sito web di Intellego.
Questa non è una pandemia, ma è l’immagine (distorta) che stiamo dando della pandemia.
Si tratta di un détournement dell’opera di Magritte La trahison des images (Il tradimento delle immagini), famosissimo dipinto raffigurante una pipa con scritto Cesi n’est pas une pipe (Questa non è una pipa). Con la sua opera l’artista volle far riflettere sul fatto che la rappresentazione (l’immagine, la narrazione, ecc.) non è la realtà.
Oggi che ci troviamo in bilico tra l’arcobalenoso #andràtuttobene e un’informazione allarmistica, ossessiva e delirante, ci si rende conto che la narrazione della realtà può distorcere i fatti e alterare le risposte dell’uomo in momenti difficili come l’attuale pandemia, che richiedono invece grande lucidità.
Pertanto, in questa situazione di emergenza, l’immagine qui pubblicata è un invito a ricalibrare e riallineare la comunicazione, per un più equilibrato, rigoroso e realistico rapporto tra narrazione e realtà, tra forma e sostanza.

 

Autocritica e critica non significano sciacallaggio.

E questo è un altro punto dolente. Durante un’emergenza bisogna adattarsi, possibilmente facendo squadra. Invocare la critica e l’autocritica non significa approfittare della situazione per guadagnare posizioni. Significa, al contrario, voler migliorare costruttivamente il sistema. Non ha senso essere distruttivi – o pessimisti – in un’ottica di sopravvivenza. Ma è altrettanto vero che essere esclusivamente ottimisti è altrettanto distruttivo.

Dobbiamo cercare un giusto mezzo che sia dettato da un unico obiettivo: andare avanti e migliorare. Il che, deve essere chiaro, non è né semplice, né piacevole. Questo è il preciso momento in cui è doveroso, da parte di ognuno, mettere al centro la squadra, la comunità, il gruppo, di fronte a se stessi. E ben inteso, non sto discernendo di patetici buoni sentimenti. Chiunque abbia vissuto situazioni di crisi (parlo di medici, di pompieri, di militari, e simili) sa con assoluta certezza che non è questione di sentimenti: è questione di necessità imprescindibile. Oggi la gente muore in ospedale, a volte neanche ci arriva. Domani morirà suicida per depressione da disoccupazione. Anche per questo un dignitoso silenzio è ampiamente migliore e virtuoso rispetto allo sciacallaggio della comunicazione politica.

Cominciamo dicendo che non c’era preparazione.

In un saggio – ormai piuttosto vecchio – sulla psicologia di guerra (Psicologia e psichiatria di una guerra, un testo scritto dagli psicologi militari dell’Esercito croato) gli autori adattavano la nozione militare di combat readiness (prontezza al combattimento) alla psicologia delle unità militari. Si trattava di capire quale fosse la migliore predisposizione psicologica a “reggere” la situazione di stress generata dal combattimento e come ottenerla, essendo la normale resilienza del sistema psicologico umano comune insufficiente a sostenere lo stress del combattimento (generando quindi il disturbo da stress post-traumatico).

Se l’attuale crisi è paragonabile a una guerra, dobbiamo ammettere che la nostra società non era certamente combat ready. E non possiamo commettere l’errore di pensare, ottimisticamente, che la sua/nostra resilienza ce ne tirerà fuori senza danni. Al contrario, direi che già stiamo sottovalutando i traumi che ne deriveranno. Banalmente, potremmo dire che lo smart working è molto smart e trendy, ma ogni libero professionista sa che alla lunga esso porta ad un calo di produttività, a stress sociali e all’autoisolamento come condizione alienante e traumatica.

Ma non c’è solo l’impreparazione psicologica. Anche i nostri processi aziendali erano tutt’altro che pronti, grazie al già citato “tanto non succede”. Ci stiamo riprendendo? Certo, perché ogni sistema dinamico complesso è adattivo e quindi risponde, ma questo non significa che possiamo lasciar andare le cose, e, repetita iuvant, una review è imprescindibile. Dobbiamo porci una domanda dura e brutale: quanto ci costerà la nostre mancanza di preparazione? Mi viene in mente – e lo sottolineo per far capire quanto il problema sia profondo e sistemico – l’analisi del sociologo Luca Ricolfi (nel suo ultimo libro, La società signorile di massa), che asserisce (a buon titolo, direi) quanto la preparazione degli attuali neolaureati sia di 8 anni indietro, corrisponda cioè alla preparazione di un esaminando di terza media di 50 anni fa. Tremendo, vero? Eppure tremendamente reale. Questo la dice lunga sulla nostra preparazione in termini di competenza.

Non potevamo prevederlo, ma potevamo essere pronti.

Chi ha familiarità con gli Intelligence Studies e con la Teoria della Complessità sa che l’imprevedibilità è di casa e non tutto può essere previsto. Questa, tuttavia, non può essere una scusa per farsi trovare impreparati: se non succede nulla non vuol dire che tutto vada bene.

Avremmo potuto selezionare personale più resiliente e creativo (d’altronde, anche prevedere le minacce è questione di creatività e narrazione); avremmo potuto avere competenze comunicative più ampie (siamo stati bravissimi col marketing, ma a quanto pare la comunicazione d’emergenza è mancata in tutti i settori, da quello governativo a quello aziendale); avremmo avuto avere più processi, e in molti casi più flessibili (a quanto pare, la poca duttilità dei processi di molte aziende ha allungato moltissimo i tempi di risposta); avremmo potuto sostenere di più i nostri dipendenti, e quindi la produttività (il mio indirizzo email e whatsapp scoppiano di lamentele in tal senso); avremmo potuto essere più dignitosi nella comunicazione personale (i selfie su Linkedin non comunicano sicurezza ai propri collaboratori, ma semplice narcisismo).

Se proprio dobbiamo usare degli hashtag, scegliamoli bene.

Comunicare ottimismo è utile, soprattutto in economia (che ricordiamolo, rimane una scienza umana). Ma un blando e superficiale ottimismo è dannoso. Dobbiamo caricare i nostri dipendenti, i nostri gruppi, la nostra azienda, la nostra comunità. Ma non possiamo dire alla nostra squadra che “tranquilli, vinceremo”. Non è così. Le guerre non si vincono senza morti. Le guerre non si vincono senza atroci sacrifici. Non andrà tutto bene. Dobbiamo rinforzare la nostra combat readiness. E per farlo dobbiamo essere franchi prima con noi stessi e poi con chi ci è accanto: c’è tanto lavoro da fare e molti sacrifici da affrontare. Se proprio dobbiamo usare degli hashtag, allora scegliamoli meglio.

#rimbocchiamocilemaniche

 

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