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Libia: confusione e inaffidabilità

Libia: sembra quasi un rebus irrisolvibile, laddove perfino la guerra in Siria, con l’imminente offensiva su Idlib, sembra giungere a una conclusione.

“Liberata” nel 2011, la stabilità del paese senza Gheddafi è durata qualche mese, giusto il tempo di scacciare gli americani, e non solo loro. Sono rimasti sul terreno, escluse le forze speciali, solo italiani e francesi, tradizionalmente presenti con le proprie attività economiche, non solo petrolifere.

Libia: 7 anni di caos che hanno fatto concorrenza alla Siria, con la sola differenza che la mancanza di un attore pesante come Mosca non ha contribuito alla stabilità. Già, perché la sostanziale differenza, poco percepita tanto dagli esperti quanto dai media, è proprio la mancanza di un attore “pesante”.

Cosa vediamo, oggi, attraverso i media, nel territorio del nostro “dirimpettaio” e argine potenziale all’immigrazione di massa? Se dobbiamo dare retta a esperti, commentatori e talk show, sembrerebbe che da una parte vi sia il governo riconosciuto internazionalmente di Serraj. Dall’altra, il generale Haftar. Da una parte l’Italia, dall’altra la Francia, che secondo molti è nostra nemica. In questi giorni, con l’attacco a Tripoli, i commentatori scoprono il marasma delle milizie e delle tribù. Così è cominciato il maelstrom di infografiche. Salvo poi risolvere tutto in laconici “è colpa degli americani”, “è colpa dei francesi”, “Macron è nostro nemico”.

La verità è in realtà molto più complessa, e si basa sostanzialmente su un assunto che tutti mancano di rilevare: l’inaffidabilità delle forze in campo. Già, perché la Libia, diversamente dall’Egitto e da altri paesi arabi, non è passata attraverso quella massiccia creazione di classi dirigenti e di media borghesia (ancorché quantitativamente limitata). Un processo che in altri paesi, perfino Iraq e Siria, ha permesso di accedere a “canali di comunicazione” con le tribù, attraverso cioè una classe di cittadini urbanizzati che potesse mediare con milizie e strutture tribali. Lo schema è prendere le classi colte, collegate alle tribù, per formare un “parlamento” in cui tutte le tribù possano potenzialmente partecipare.

Per fare questo è necessaria la creazione di classi colte urbanizzate, ma anche la formazione di ideologie trasversali capaci di creare alleanze più ampie così da ridurre le voci in campo. E questo è il senso, da parte di Italia e Francia, di “spendersi” per due candidati specifici. Se da un lato Serraj (estratto dalla classe ministeriale) e Haftar (estratto dalla classe militare) si sono “creati” attraverso il supporto sul terreno dei due parlamenti (Tripoli e Tobruk) e di alcune milizie, dall’altra hanno permesso alla comunità internazionale di ridurre i dialoganti a due.

Questo nella speranza di semplificare il processo di sintesi politica verso delle elezioni. Anche nell’ottica di unire appunto due classi trasversali, quella burocratica (va ricordato ad esempio che la Banca centrale libica intrattiene rapporti con entrambi i parlamenti) e quella militare. Quest’ultima è infatti appannaggio del solo Haftar, dato che tutte le altre milizie, poco professionali e male armate, non provengono dal precedente esercito gheddafiano.

Tuttavia, la complessità sul terreno non è venuta meno nonostante gli sforzi di Serraj e Haftar. Questi, pur tentando di apparire sulla scena internazionale come referenti credibili, devono fare i conti con le turbolenze di tribù e milizie. Che, per tradizionale mancanza di ideologie e connessioni al di fuori appunto della struttura tribale e territoriale, intrattengono esclusivamente alleanze di convenienza strictu sensu, molto facili da rinnegare.

Libia: la parola chiave è inaffidabilità degli attori sul campo. La risposta è necessariamente la pesantezza di un attore internazionale e il supporto sul terreno di attori locali (Egitto in primis). Con la convergenza, ovviamente, tanto di Serraj quanto di Haftar. E, possibilmente, l’esclusione delle milizie islamiste presenti in tutti gli schieramenti.

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