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In difesa di un pensiero libero

ci sono quattro fasi nel processo di comprensione dell’altro. La prima consiste nell’assimilazione dell’altro a noi. Nel processo di assimilazione, l’interesse per l’altro – così come per le culture altre – maschera un solo, reale interesse: quello per noi stessi. Nell’altro si cercano – e poi si trovano – aspetti, valori, pratiche proprie: “Mi interesso a culture lontane, ma esse sono, secondo me, tutte strutturate come la mia. Sono storico, ma nel passato non trovo che la prefigurazione del presente. La conoscenza si arricchisce quantitativamente non qualitativamente. Non c’è che una sola identità ed è la mia” (Todorov, 1991). Non è solo il senso comune ad adottare sovente questo tipo di sguardo. Nel sapere antropologico anche l’evoluzionismo culturale, così come i paradigmi epistemologici ad ispirazione positivista, possono essere considerati esempi di un processo di spiegazione che guarda all’altro per ricondurlo alla struttura formale di una teoria già presente nella mente dell’osservatore. 

Una seconda fase possibile nel processo di comprensione della differenza è la cancellazione dell’io a vantaggio dell’altro. La fase dell’esotismo, della valorizzazione ad oltranza dell’altro anche a scapito della sua reale conoscenza; una proiezione sull’altro dei propri bisogni, desideri, interessi. “Scienziato innamorato dell’esattezza e della fedeltà, mi faccio più Persiano dei Persiani; imparo la loro storia e il loro presente, mi abituo a vedere il mondo con i loro occhi, reprimo tutte le manifestazioni della mia identità originaria; qui, ancora, non c’è che una sola identità, ed è quella dell’altro” (Todorov, 1991). Questa prospettiva è anche vicina alla prospettiva di quanti si riempono la bocca di frasi come “la diversità è ricchezza”, “il bello della differenza”, senza che a questo atteggiamento di curiosità, disponibilità, generica benevolenza verso il prossimo si associ una capacità di analisi e di critica attenta ai contesti socio-economici nei quali le differenze sono calate e senza che, a queste affermazioni da slogan, si accompagni anche la capacità di interrogarsi sul particolarepunto di vista di colui che può “permettersi” di pronunciarle. Certo per il ricco, il privilegiato, colui che presta scarsa attenzione al punto di vista degli altri, la diversità – così come la vive e la pensa lui – è un “valore in sé”. Forse potrebbero non essere d’accordo il povero, l’escluso, coloro che si trovano a convivere quotidianamente con situazioni di emerginazione o le vittime di violenza. 

 

È necessario insistere moltissimo, oggi, sulla imprescindibilità dell’apporto delle scienze umane al sapere geopolitico, all’analisi delle relazioni internazionali: non è un caso che campeggi da sempre nel sito la citazione di Huntington. Metodologicamente è soprattutto imprescindibile ammettere l’esistenza della diversità culturale, la sua impronta nelle relazioni internazionali e nazionali (ancora, come già espresso da Huntington), e soprattutto l’ammissione delle diverse tipologie di relazioni che si possono instaurare tra culture, che non possono, non devono e non vanno necessariamente in direzione di quel melting pot multiculturale di matrice universalista-yankee-consumista cui siamo stati abituati negli ultimi 15 anni. Le culture possono dialogare più o meno pacificamente, ma possono essere anche incompatibili e questo bisogna ammetterlo affinché tutte le culture siano libere di esistere (pur con la limitazione di non nuocere a culture terze). Per arrivare a capire ciò è necessario lo strumento del “relativismo culturale”. Strumento che però è stato spesso confuso con quell’esotismo di cui sopra, nonché con una becera versione di relativismo etico che è in realtà travisato e ben diverso da quel relativismo che si impone, e che impara, l’antropologo (quello vero, non quello finto).

 

Quest’opera è un gioiello saggistico che richiede molta autocritica, ed è sicuramente un’opera scomoda: scomoda per la destra, per la sinistra, per gli atei, per i razionalisti, per gli animalisti, per i tradizionalisti, insomma per tutti; anche per il sottoscritto non è stata semplice da digerire, ma ne sono certamente uscito arricchito, con alcune mie posizioni rafforzate e altre indebolite o meglio evolute. Un’opera che oggi va letta per capire lo “scontro di civiltà” che non è scontro dualistico tra bene e male, ma tra culture che non possono essere assimilate nel pout-pourrì consumistico occidentale, che devono trovare, anzi scoprire, un altro modo di dialogare o comunque di relazionarsi. Un’opera che ha al suo interno due capitoli polemici sia verso gli universalisti-crociati dei diritti umani, sia verso i fanatici scientisti-positivisti-illuministi.

 

Insomma, ce ne è per tutti.

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