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Il fattore umano nell’Intelligence

Agli albori della diffusione di internet, diciamo metà anni ’90, la rete – nata presso a poco come strumento militare – lasciava presagire un futuro umano radioso fatto di libertà individuali, informazioni e conoscenza.

Di queste speranze la democrazia diretta digitale è solo l’ultima figlia, forse non proprio perfetta. D’altronde già Platone e De Tocqueville avevano qualche dubbio in merito alle possibili evoluzioni di quest’ultima. Si pensava, agli albori della rete, che un mondo virtuale fatto di milioni di dati potenzialmente a disposizione di qualunque essere umano, avrebbe in qualche modo innalzato la condizione di tutti.

Che avrebbe messo in crisi i poteri forti che nascondevano verità imprescindibili per il popolo (ciò che si celava nelle “stanze dei bottoni”). Che avrebbe smascherato falsità atte a mantenere lo status quo. Era, si potrebbe dire, l’ottimismo del mondo dopo la caduta del blocco sovietico, la fine della storia per dirla alla Fukuyama, in cui il mondo intero pensò che la tecnologia, da sola, avrebbe potuto cambiare qualsiasi cosa, anche gli uomini.

Circa 25 anni dopo: in molti paesi il divario tra ricchi e poveri è aumentato. Le aziende basate su internet producono ricchezze infinite, ma non creano altrettanti posti di lavoro. I poteri forti, quali che siano (e sempre che esistano, perché nella liquidità odierna vi è da sospettare siano crollati senza che nessuno se ne sia accorto), vengono ancora menzionati come tali.

Le università americane e britanniche sono sempre di più per i ricchi o – nel caso statunitense – per coloro che immolano i propri arti in Afghanistan e Iraq. Le università italiane sfornano laureati che non trovano lavoro e che, nella maggior parte dei casi capitati in azienda, non sono esattamente competenti né volenterosi. La maggior parte delle conoscenze universitarie non sono su internet, o meglio ci sono, ma a pagamento e senza un supporto di dipartimento o facoltà, rimangono inaccessibili ai più.

Certo, si può ribattere: grazie agli smartphone internet è accessibile da ogni angolo del globo. Posso ordinare una pizza dal Deserto di Gobi. Amazon mi porta i libri direttamente a casa col drone e – teoricamente – posso essere sempre informato in diretta su tutto.

Solo che questi ultimi fatti sono il luccichio, e come saggezza popolare insegna, non è oro tutto quel che luccica. Infatti, abbiamo anche i video in diretta delle decapitazioni in Siria, le clonazioni di identità, le violazioni alla privacy, il bullismo digitale, i ricatti con video erotici degli ex, e molte altre cose non esattamente gradevoli. Sia chiaro: qui non si vuole affermare che la tecnologia, e internet nello specifico, sia negativa. Anzi. Il punto è che forse ci aspettavamo troppo.

Abbiamo pensato che poter accedere più velocemente alle informazioni ci avrebbe reso più colti. Al contrario, mentre si combatte sulla querelle dell’analfabetismo funzionale, la verità è che la cultura generale, perfino nel bel paese, sta crollando.Intanto prodotti dozzinali di ogni tipo (non più solo in TV, ma ovunque, ivi inclusa la carta stampata) e motivatori da palestra prestati al management e al marketing politico imperversano come avvoltoi sulla popolazione inconsapevole.

Abbiamo pensato che poter arrivare ovunque istantaneamente avrebbe potenziato il giornalismo (soprattutto d’inchiesta). Che questo avrebbe smascherato ogni complotto e inficiato le torri d’avorio del potere. Che il mercato, o meglio i consumatori, sarebbero divenuti più consapevoli. Non è successo.

Nell’ultimo biennio siamo arrivati al problema portante, e ce ne saremmo dovuti accorgere, prima ancora che con Cambridge Analytica e i presunti hacker orientali, con i sondaggi non proprio puntuali della Brexit e delle presidenziali americane e la polemica sulle fake news: la mappa non è il territorio.

Anche qui si potrebbe dire che con Google Maps oramai la mappa è quasi il territorio. Vero, solo che quel quasi è molto, molto esteso. La politica, le aziende, la magistratura, la società hanno mancato di recepire un punto fondamentale: l’immagine satellitare di Google Maps era vera nel momento in cui è stata ripresa. Diversamente, quando viene visualizzata, non lo è più.

Tradotto in soldoni: le immagini di Instagram non rappresentano in maniera corretta la società. I commenti Facebook sotto gli articoli dell’Ansa non rappresentano in maniera corretta l’opinione pubblica. I cinguettii su Twitter non rappresentano in maniera corretta le necessità reali di una paese.

Si possono investire centinaia di migliaia di euro su fantastiche ricerche “di mercato” dall’altisonante nome di web reputation e sentiment, ma questo non ci assicurerà mai che i risultati corrispondano alla realtà.

Perché? In primis perché dietro uno schermo è facile mentire, e ancor di più si è facile preda di meccanismi di massa. Anche qui, qualcuno potrebbe ribattere: anche nella cabina dove si vota, si è anonimi. Vero, ma come ben dimostrò il mai troppo compianto Rag. Ugo Fantozzi, prima di andare in quella cabina, perfino il Ragioniere investiva innumerevoli ore di lettura di quotidiani e ascolto di tribune elettorali.

Tastiera e schermo non necessitano, ormai dovremmo saperlo, sforzo alcuno. Basta accendere, ed è possibile dare voce ad impulsi irrazionali che magari, dal vivo, avremmo invece più saggiamente tenuto a bada. Basta accendere il computer o lo smartphone ed entrare in un mondo simulato, dove è purtroppo facile incappare nei pericoli del mondo virtuale (dalle fake news alla criminalità).

In buona sostanza: possiamo avere accesso a tutte le informazioni che vogliamo, ma se non sappiamo distinguere tra informazioni (relativamente) false e informazioni (relativamente) vere, non andremo molto lontano. E la capacità di distinguere tra le prime e le seconde non può di certo regalarcela la velocità di internet, né una migliore gestione dei big data, né un altisonante titolo universitario.

È una capacità che dobbiamo sviluppare attraverso l’esperienza teorica e pratica, in qualsivoglia campo, sul piano umano, mettendo al centro individui e la loro formazione.

Ma, soprattutto, è una capacità che devono sviluppare le organizzazioni complesse, attraverso personale specificatamente preparato.

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