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Il diritto internazionale come efficace passepartout nell’analisi geopolitica

Le teorie geopolitiche inquadrano l’andamento delle relazioni internazionali sostanzialmente in due modi: quello della Realpolitik e quello dell’anarchia. In quest’ultima, regna il caos e tutte le variabili dei rapporti tra Stati agiscono con imprevedibilità; ciò spiegherebbe l’inspiegabilità di alcune situazioni, di alleanze che un minuto prima sembravano impossibili, di cambi di fronte che neanche nei film di fantascienza si potrebbero concepire. La Realpolitik invece mette davanti gli interessi concreti e pragmatici di ciascun attore geopolitico, lasciando da parte e non sempre rispettando quelli che sarebbero o dovrebbero essere gli ideali che muovono ciascuno di loro.

Nel tentativo di comprendere quale delle due visioni sia più vicina alla realtà, è stato inevitabile prendere atto di come il diritto internazionale fornisca una chiave di lettura preziosissima. Esempio perfetto per corroborare quest’affermazione è il ruolo attribuito, negli ultimi decenni, ai diritti umani: la loro tutela e protezione è stata posta alla base di numerosi interventi, armati e non, di numerose intromissioni negli affari interni degli Stati, di molti regime change.

Tutto ciò è stato servito dagli Stati alla grande stampa, e poi dalla grande stampa alla gente comune, non solo come un obbligo dettato dalla coscienza, ma anche come un comportamento rispettoso del diritto. Quest’ultima cosa è una menzogna plateale, che però la gente comune non può percepire così come non può percepire immediatamente quale sia l’intenzione che muove gli Stati in questione.

Prima di argomentare, è necessario darci un presupposto: il diritto internazionale si compone di due tipi di norme, quelle convenzionali (i trattati) e quelle consuetudinarie (regole non scritte).

Uno dei trattati ormai fondamentali per gli Stati di tutto il globo è la Carta delle Nazioni Unite, la quale da un lato vieta il ricorso all’uso della forza e dall’altro prevede delle eccezioni: quando il Consiglio di sicurezza lo autorizza dopo aver constatato che si è di fronte a una minaccia alla pace, a una violazione della pace o a un atto di aggressione, ai sensi dell’art. 39 della Carta, o autorizza in tal senso un’organizzazione regionale; nel caso di legittima difesa ai sensi dell’art. 51. Pertanto, il diritto convenzionale non ammette interventi umanitari se non in questi casi.

A ciò si aggiunge l’eccezione, prevista dal diritto consuetudinario, in cui ci sia il consenso dello Stato sul cui territorio si interviene.  Di conseguenza, neppure quest’altra fonte di diritto ammette l’intervento umanitario.

Tuttavia, il diritto consuetudinario si compone di due elementi: l’opinio juris ac necessitatis (i.e. la convinzione che un comportamento sia giuridicamente legittimo e necessario) e la diuturnitas (i.e. la ripetizione del medesimo comportamento nel tempo). Quando questi due requisiti sono soddisfatti, il comportamento che prima non era contemplato diviene oggetto di una disposizione giuridica non scritta. Più sono gli Stati che mettono in atto il nuovo comportamento e minore sarà il tempo richiesto per la nascita della norma. Se, invece, la nuova condotta è condivisa solo da pochissimi Stati, la diuturnitas potrebbe realizzarsi dopo decenni, secoli o forse mai.

Alla luce di ciò, agli occhi del giurista è immediato comprendere che quello che stanno facendo alcuni Stati non è altro che creare, attraverso un comportamento attualmente contrario al diritto e con la speranza che il maggior numero di Stati vi aderisca, una nuova eccezione al divieto dell’uso della forza armata. E, per farlo,  utilizzano i diritti umani, ossia un ambito ancora così vago e a volte nebuloso da essere facilmente strumentalizzato.

Ecco, l’utilizzo del diritto nell’analisi geopolitica e non solo serve a questo: a smascherare l’ipocrisia, soprattutto quella narrata dai media mainstream, senza essere tacciati di parzialità

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