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6 gennaio 2021: APOCALYPSE NOW

Apocalisse: dal greco APOKALYPTEIN, rivelare, svelare.
Composto di apo, particella negativa, e kalyptein, coprire, nascondere.

Quanto è avvenuto il 6 gennaio 2021 in America è stato a tutti gli effetti un’apocalisse, un evento rivelatore. Ciò che era implicito e latente da circa un ventennio è divenuto palese: gli Stati Uniti d’America non sono più un egemone credibile.

Agli osservatori attenti, naturalmente, non era sfuggito che l’unilateralismo aggressivo inaugurato nel 2001 con l’invasione dell’Afghanistan avrebbe compromesso la posizione dominante guadagnata dieci anni prima per defezione dell’avversario sovietico, e che la crisi dei subprime del 2007 avrebbe gettato ombre cupe sull’affidabilità del sistema finanziario statunitense, ma per inerzia, posizione sottomessa e mancanza di alternative credibili, in Europa si era continuato a non prendere atto dell’avvenuto cambiamento. Certo, alcuni deboli segnali di risveglio europeo ci sono stati e ne avevamo parlato qui – in ordine sparso e a mero titolo di esempio cito l’accordo JCPOA, il gasdotto North Stream 2 e la EII, l’iniziativa europea d’intervento -, ma nulla che potrebbe permettere uno sganciamento significativo delle nazioni europee dalla tutela politico-militare statunitense, che infatti è rimasta tale nonostante qualche malumore nel vecchio continente. La titubanza dell’Europa nel diventare, o meglio ritornare, «adulta» ha radici profonde e dovrebbe essere oggetto di una trattazione a parte, quello che ci interessa qui è capire la natura di questa profonda crisi d’oltreatlantico e prevedere quali possono essere le conseguenze per l’Europa.

 

Un’America in crisi totale

Chiariamo un punto, preliminare a ogni ulteriore analisi: la tesi qui sostenuta è che i disordini di Capitol Hill non siano il punto culminante di una parentesi critica in via di chiusura, ma l’esplicitarsi del declino dell’autorevolezza e quindi dell’autorità degli USA, che ha raggiunto il punto di non ritorno. Dal 6 gennaio 2021, simbolicamente, per gli USA non è più possibile recuperare la posizione perduta.

Perché affermo che non si tratti di una crisi passeggera, ma sistemica? Valutiamo qualche aspetto:

  1. Sul piano politico siamo in una situazione di stallo: al netto della retorica trumpiana sui brogli e di quella bideniana sul Trump arroccato alla Casa Bianca, la realtà è che le urne non hanno indicato un vincitore chiaro. Gli Stati Uniti d’America hanno un sistema elettorale vecchio, farraginoso, disfunzionale. Beninteso, non è la prima volta che si arriva allo stalemate postelettorale in America, e un sistema elettorale debole non è una loro caratteristica esclusiva (basti guardare quello italiano). Gli USA hanno, però, una peculiarità che rende problematica tale inefficienza: la figura del presidente, più ancora che per i poteri – peraltro non indifferenti – che detiene, è centrale in quanto rappresenta una forma di conciliazione tra il potere centrale e quello degli Stati, tra i vari apparati dello stato federale, tra lo stato e l’impresa, e non ultimo è una proiezione del proprio elettorato, del popolo. SPQA, Senatus PopulusQue Americanus, ma ora solo più SPA, Senatus Populus Americanus: il «Que», il trait d’union, è venuto meno, e le varie parti non più armonizzate sono entrate in conflitto tra loro.
  2. L’America è una società molto poco pragmatica rispetto a quelle europee: sono esemplari alcuni aspetti aneddotici, come il giuramento sulla Bibbia, la stessa Bibbia nelle camere d’albergo, il patriottismo sbandierato – è proprio il caso di dirlo – ovunque, le religiosità diffuse (si vedano, per esempio, i dati comparati di WIN/Gallup International), ritraggono una società idealista, in senso positivo quanto negativo; una società religiosa, ma anche bigotta, una società morale, ma anche moralista, idealista – appunto – ma anche molto ingenua. Ora, finché gli americani nel loro complesso condividevano un numero significativo di valori comuni – patria, libertà, etc. -, questo idealismo li rafforzava; da circa quarant’anni, tuttavia, questi «valori condivisi» sono entrati in crisi (si veda al riguardo l’imprescindibile La cultura del piagnisteo di Hughes), con la conseguenza che il solco che si è scavato tra le varie posizioni – sociali, politiche, religiose – non viene mitigato dal pragmatismo come avverrebbe nella cinica e smaliziata Europa, ma si infiamma in crociate ideologiche. Ne consegue che la determinazione che gli americani avevano nel contrastare i nemici esterni fino agli anni settanta del novecento, oggi si applica ai nemici interni, e così la normale dialettica politica diventa un Armageddon in cui sembrano essere in gioco le sorti dell’universo, in cui l’avversario ha contorni diabolici, disumani. E anche questo è vero per entrambi gli schieramenti, il disprezzo e l’odio per l’avversario non essendo certo una prerogativa dei cosiddetti «sovranisti». Il presidente repubblicano uscente che delegittima il risultato delle elezioni è perfettamente speculare alla candidata democratica sconfitta che per quattro anni ripete e alimenta la bufala del cosiddetto Russiagate. Viene da commentare: «il più pulito tiene la rogna». A ciò si aggiunge il non trascurabile numero di armi da fuoco in circolazione negli Stati Uniti, pari a circa 390 milioni, più di un’arma pro capite, bambini inclusi, altro fattore di estrema instabilità sociale. L’America, inoltre, non è una nazione nel senso classico, ma una società di emigranti e di ex-schiavi deportati. L’eccezionalità, ma anche la grandezza americana è stata proprio la capacità di far convivere le differenti identità etniche e culturali senza integrarle e soprattutto senza costituire un’identità nazionale etnica. In termini antropologici, negli USA non è mai (o non è ancora) avvenuto un processo etnogenetico. Non esiste un’identità etnica statunitense condivisa, ma ve ne sono diverse, ulteriormente segmentate al loro interno in base al censo e all’ideologia. Finché queste hanno coabitato pacificamente, anche grazie alla ricchezza condivisa, tutto ha funzionato bene, e la mancanza dell’etnogenesi è stata supplita da forme culturali, ma la crisi del benessere e i conflitti ideologici stanno inevitabilmente riaprendo le lacerazioni interetniche, non più mitigate dall’American Dream. E come i due mandati Obama mostrano molto bene, l’etnia o l’orientamento politico del presidente sono assolutamente ininfluenti sul numero di uccisioni di cittadini neri da parte delle forze dell’ordine.
  3. L’America è un paese ricco, molto ricco, in testa a tutte le classifiche economiche (ricchezza assoluta, ricchezza procapite, PIL). Il problema è che: a. La Cina segue molto da vicino e su certi indicatori (tipo il PIL ppp) supera gli USA; b. La crescita, pur viaggiando su di un onorevole 2% annuo non ha più i numeri degli anni sessanta o settanta del secolo scorso (+5%); c. questa ricchezza è distribuita molto male, e se le iniquità possono potenzialmente  essere un problema in ogni stato, a maggior ragione lo sono là dove la promessa ultima è l’American Dream, la possibilità del successo economico per tutti. L’indice Gini è superiore a 40, laddove in Europa abbiamo valori inferiori a 30. Se guardiamo al tasso di povertà, quello americano (19%) è circa doppio rispetto a quello tedesco (9%), e tale scarto è ulteriormente aggravato dalla sostanziale assenza di stato sociale negli Stati Uniti, assenza che difficilmente verrà colmata, dal momento che il welfare non fa proprio parte della mentalità americana, né del popolo, né della classe politica.

Guerra civile americana

L’assalto a Capitol Hill, per quanto spettacolare, è un fatto tutto sommato più simbolico, mediatico, che non sostanziale, benché vi siano comunque vittime e per quanto l’incidente sollevi degli interrogativi non da poco sulla professionalità delle forze di sicurezza, dimostratesi incapaci di gestire una crisi, analogamente, peraltro, al modo in cui le forze di polizia negli USA gestiscono il crimine, con una scia di sangue oltre dieci volte superiore alla media europea e superiore a paesi reputati violenti, quali per esempio il Messico – si vedano al riguardo le classifiche sui «law enforcement officers killings». L’aspetto drammatico è che anche questo evento violento è stato e sarà, a sua volta, divisivo: le frange più scalmanate degli elettori di Trump hanno alzato la barra di quello che sentono di poter fare e hanno i loro martiri da piangere; l’abbandono da parte di Trump delle pretese al secondo mandato verrà letto dai suoi come esito di chissà quale minaccia o complotto del deep state; l’informazione politically correct ha finalmente la conferma che cercava affannosamente, e cioè che i trumpiani sono redneck rozzi, cattivi e violenti – poco importa, ovviamente, che gli elettori di Trump siano nella stragrande maggioranza, persone normali e perbene, proprio come quelli di Biden, tanto ormai nei salotti buoni il «trumpiano» sarà identificato con il tizio sciroccato vestito di corna e pelliccia. Non solo: anche il Partito Repubblicano potrebbe cogliere al balzo l’occasione per scaricare The Donald, e dal canto suo il milionario lascia intendere che potrebbe fondare un suo partito e ripresentarsi alle elezioni del 2024, a dimostrazione che egli ha utilizzato, non creato il malumore popolare. Cosa hanno in comune queste diverse interpretazioni dello stesso fatto? Niente, per l’appunto. Ogni parte è asserragliata nella propria narrazione senza possibilità di avere visioni in comune con le altri parti, il che è la descrizione esatta di una guerra, civile in questo caso, visto che è un conflitto tutto interno agli USA. Va detto tuttavia che anche da questa parte dell’Atlantico siamo investiti da questa iperpolarizzazione, benché mitigata da un certo cinismo à la européenne: i risultati, però, sono se possibile ancor più demenziali, e mettono talvolta il dubbio che certi europei non abbiano realizzato di non essere cittadini o elettori statunitensi, vista l’ipocrita passione con cui i democratici nostrani si indignano per le irritualità trumpiane, o la dabbenaggine con cui i sovranisti de noantri si bevono certe fesserie complottiste quali il movimento Q-anon.

Rivoluzioni a colori

È impossibile poi non notare un altro aspetto, anche questo con contorni apocalittici nel senso indicato:  l’ipocrisia dell’ideologia che chiameremo «rivoluzionarista». Partiamo dalle basi: ogni ordine politico, anche il più democratico, pacifista o egualitario, nasce nel sangue (inutile perder tempo a citare casi storici, perché non vi sono eccezioni), e se non vi è conflitto non vi è – propriamente parlando – la nascita di un nuovo ordine politico, bensì un semplice rinnovamento dell’ordine precedente. Ovviamente questo sangue deve sempre essere giustificato, e la storia offre un ricco catalogo di nobilitazioni ex ante per motivare al sacrificio di sé, ed ex post, per mettere un sigillo di ufficialità all’ordine appena costituito. Nell’era moderna e contemporanea, in ragione del cambiamento delle classi sociali che accedono al potere, si assiste a un cambiamento «rivoluzionaristico» nell’investitura: le due rivoluzioni gemelle della Guerra d’indipendenza americana e della Rivoluzione francese, sostanzialmente, rifiutano l’investitura dinastica e divina propria all’ordine precedente e la sostituiscono con quella della volontà popolare. Non si è più sovrani per nascita e perché Deus vult, ma per acclamazione del popolo. Il problema è che, a partire dal novecento, e in particolare nella cultura sociopolitica anglosassone, si è aggiunto un aspetto etico, o meglio moralistico, a questo assetto della prassi politica: e così abbiamo avuto tutta una narrazione storiografica, quando non propagandistica, su quanto sia positivo il fatto che un popolo si rivolti; dai popoli balcanici che all’inizio del secolo scorso si ribellavano agli austroungarici, ai movimenti anticolonialisti africani, dal «valoroso popolo afgano» (cito a memoria la dedica in esergo al film Rambo III) che combatteva il Behemoth sovietico, alla propaganda con tratti infantilistici di sostegno alle «rivoluzioni colorate» in Ucraina o Georgia, dal sostegno alle «primavere arabe» in nord Africa a quello al jihadismo siriano. In Occidente, volenti o nolenti, siamo portati a simpatizzare sempre e comunque più per il popolo in rivolta, che per lo Stato sotto attacco.

Inutile dire che questa narrazione rivoluzionarista abbia servito e serva i ben più pragmatici scopi geopolitici delle nazioni che la propagano – USA in primis -, e che sia stata saggiamente sospesa quando i popoli si ribellavano sotto l’emblema della falce e martello, ma questo visto da una prospettiva di Realpolitik è tutto sommato un peccato veniale. Il vero problema di quesa ideologia, è che mostra tutta la sua limitatezza quando a ribellarsi è il proprio popolo. E così le istituzioni dello stesso paese che, appellandosi al wilsoniano diritto di autodeterminazione, appena dieci anni fa bombardava la Libia per impedire a Muhammar Gheddafi di «nuocere al proprio popolo», che quasi otto anni fa sosteneva le rivolte violente di Euromaidan con annessi e connessi (quali l’esplicito «fuck the EU!» di Victoria Nuland rivolto agli «alleati» europei), che cinque anni fa armava al Qaeda in Siria chiamandola «ribelli moderati», e che pochi mesi fa stigmatizzava e minacciava il governo della RPC per la repressione dei disordini a Hong Kong, si trovano costrette a Washington a prendere le distanze dal furore popolare, a dover gettare acqua sul fuoco per contenere le insurrezioni, a sparare e a uccidere per proteggere le sedi istituzionali. Capiamoci: la politica e il diritto internazionale se ne fregano dell’ipocrisia, ma le opinioni pubbliche delle popolazioni mondiali no. Quel simpatizzare per il popolo in rivolta più che per lo Stato in crisi va in cortocircuito quando il popolo in rivolta è quello americano. La credibilità del rivoluzionarismo americano, il soft power, se vogliamo usare la definizione di Nye, esige che vi sia una certa coerenza e questo è ancor più vero se applicato al «fronte interno»: già nel 2013 i marines pubblicavano le foto con il cartello «I didn’t join the army to fight for al Qaeda» per esprimere il proprio disappunto verso l’intervento in Siria in soccorso al fronte jihadista. Questo malessere, così come quello economico e sociale dei redneck, degli «sconfitti della globalizzazione» nella Rust belt, ha preso la forma del populismo, della presidenza Trump, e infine dell’assalto violento al «tempio della democrazia». È per questo motivo che se anche Trump se ne andasse in buon ordine, la cosa non avrebbe di per sé nessun effetto apprezzabile sui problemi che l’hanno portato alla Casa Bianca, essendo Trump null’altro che l’effetto di tali problemi, non la loro causa.

Un paese come gli altri

La Fine della storia, ovvero l’ultima versione dell’eccezionalismo americano è finita a gennaio 2021, ventinove anni dopo la sua teorizzazione da parte di Fukuyama. I disordini di Washington, per quanto sul piano concreto irrilevanti – con rispetto per le vittime –, hanno una portata simbolica immensa. O meglio, ancora una volta, rendono palese la crisi sistemica e pluridecennale della dottrina eccezionalista. Sostanzialmente, precipitano gli USA dall’empireo dei semidei alla terra dei comuni mortali. L’America non è più un’eccezione: disordini che non ci avrebbero stupiti in un paese a statualità debole – un failed state, per usare la tracotante espressione dei neocon – sono avvenuti proprio nel sancta sanctorum della democrazia occidentale. Le immagini della Guardia Nazionale che presidia il Parlamento e gli arsenali militari, dei blindati in città, del filo spinato e delle barriere jersey a bloccare il traffico urbano fanno drammaticamente assomigliare Washington a Baghdad.

Il mondo è multipolare da una decina di anni, nel senso che da una decina di anni gli USA creano più problemi di quanti ne risolvano, ma la presidenza Trump e i suoi colpi di coda hanno avuto il merito di rivelare questo stato di fatto. Non è certamente un cambiamento immediato, l’America resta e resterà a lungo un primum inter pares, sicuramente una potenza influente, rilevante e imprescindibile, ma in termini politici non è più il solo modello di sviluppo. Rimane il primum, e tuttavia non l’unicum. Questo cambiamento, benché passato quasi inosservato specie a chi, per ferrea fede atlantista o inerzia analitica, non lo vuole vedere, è un cambiamento epocale, nel senso che tutto l’impianto ideologico della dottrina del Manifest Destiny e le sue riedizioni contemporanee come l’«esportazione della Democrazia» si basavano esattamente sull’assunto di unicità del modello americano.

Se, però, l’avventurismo neocon con le sue guerre infinite inimicava agli USA potenze che tutto sommato non si sarebbero mai americanizzate con le buone maniere, già la crisi economica dei subprime – generata da un mix letale di bulimia e opacità del mercato del credito e mancanza di organismi di controllo affidabili e indipendenti – aveva seriamente compromesso la credibilità della piazza borsistica americana.

La frattura politica consumatasi in questa fine di presidenza Trump getta, analogamente, delle riserve sulla credibilità statunitense come paese politicamente e militarmente egemone, ma anche soltanto sulla capacità americana, per carenze di intelligence e operative, di proteggere le proprie sedi istituzionali dai disordini di piazza (inutile dire che in Europa una folla di rivoltosi non sarebbe mai riuscita a razziare il Parlamento). Di nuovo, è riduttivo attribuire tutto questo a Donald Trump, il problema è l’indisponibilità reciproca delle parti ad ascoltarsi: se la dialettica politica americana in stalemate arriva a quello che ho definito «punto di non ritorno», come ci si può aspettare che un paese del genere sia custode della NATO (e quindi della difesa dei paesi europei), garante dell’ordine mondiale (Yalta), modello di sviluppo socioeconomico (globalizzazione)?

Si noti, in conclusione, che mentre in Europa occidentale si disquisisce senza fine sul tramonto dell’Occidente, nel resto del mondo si esplorano modelli di sviluppo e di ordine geopolitico alternativi, per non farsi trovare impreparati dal declino dell’egemone. Il mio auspicio è che si provi a fare lo stesso nel vecchio Continente.

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