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Dalla proliferazione al fallimento della democrazia

Il recente caso di Cambridge Analytica e al presunto “furto” di dati da Facebook dovrebbe, più che scandalizzare, stimolare un serio dibattito sull’attuale stato della cultura politica e, ancor più, sulle reali capacità di una “cittadinanza digitale”.

Partiamo innanzi tutto dai fatti: Cambridge Analytica non ha realmente “rubato” dati ad utenti Facebook. In base ai setting di privacy dei tempi si è limitata, attraverso dei questionari cui gli utenti hanno volontariamente risposto dopo aver opportunamente spuntato le autorizzazioni, a profilare circa 50 milioni di account al fine di creare le migliori campagne pubblicitarie possibili in ambito politico. Novità? Affatto. Lo stesso metodo era stato usato prima di Trump e prima delle campagne per la Brexit, da tutti i contendenti, ed è un metodo che funziona su principi esattamente uguali alla profilazione dell’utente che avviene nei motori di ricerca e nei grandi siti di e-commerce. Privacy o non privacy, legale o non legale, il problema è certamente un altro: le persone, la cittadinanza, non ha più dominio sulla cultura politica (non è più educata alla comprensione della politica), ma è dominata dalla pubblicità (in questo caso politica, ma non solo).

Il caso non mostra quanto sia a rischio la privacy, ma quanto sia deteriore al momento la democrazia, come sistema culturale e politico, di fronte ad una virtualità che non è più deforme, ma che tende – al contrario – a cambiare la realtà.

È, in sostanza, la legge di mercato e il principio del marketing più violento applicato alla campagna elettorale.

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