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Brexit, TAV e TAP: il costo della complessità

Cosa hanno in comune Brexit, TAV e TAP?

Apparentemente nulla. La prima è il processo di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. La seconda è una linea ferroviaria ad alta velocità (in realtà più ampia della Torino – Lione). Il terzo è un gasdotto.

In realtà tutte e tre le questioni rappresentano una precisa scelta. Significa far parte o meno di un sistema complesso, con tutti i costi e i benefici che possono derivarne. Nel caso della Brexit, si tratta di scegliere se far parte o meno di un sistema continentale sovranazionale. Per la TAV si parla invece di essere parte o meno di un sistema ferroviario che connetterebbe il Nord Italia all’agglomerato urbano maggiormente popolato dell’UE. Nel terzo caso la scelta è inerente l’approvvigionamento alternativo del gas rispetto al Nord Stream russo-tedesco.

Ovviamente stiamo semplificando tre questioni estremamente complesse, e quello che vogliamo spiegare è appunto questo: si possono affrontare queste tre questioni attraverso la più becera propaganda, o seguendo i più esigui interessi locali?

La risposta è no, proprio perché non solo le questiono sono intrinsecamente complesse sul piano del diritto, della burocrazia e della comunicazione, ma anche e soprattutto perché tutte e tre vanno ad incidere su un sistema complesso che, una volta alterato, genererà conseguenza a livello integrato in tutto se stesso, non solo in quella parte di esso che tenta di “separarsene” o di decidere esclusivamente per sé.

Così i britannici non solo pagheranno le conseguenze (non ci interessa qui se positive o negative) dell’uscita dall’UE, ma le imporranno agli altri europei. Allo stesso modo la realizzazione della TAV non avrà conseguenze solo sulla Val di Susa, ma sull’interazione macroregionale europea. Per non parlare ovviamente della TAP, il cui ruolo è appunto paneuropeo (rientra cioè nella politica energetica dell’intera Unione).

La modalità in cui sono state affrontate le tre questioni dalle classi politiche (cioè sul piano esclusivamente elettorale, appoggiando o meno le “parti” del problema, e non il problema sistemico) è a dir poco surreale. Hanno deciso di non trattare la complessità, e quindi di calcolarne le conseguenze sul medio e lungo termine.

Alla fine del 2018, le classi politiche europee, siano esse le “vecchie” élite politiche o le “nuove” generazioni emergenti di “sovranisti” e “populisti”, stanno fallendo il proprio approccio. Mancano, costantemente, di rilevare la dimensione complessa dei problemi, il loro perdurare e soprattutto l’impossibilità di applicare soluzioni semplici a problemi sistemici.

 

 

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