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Afgantsy: quando la storia si ripete.

 

Oggi cade Kabul. Dopo 20 anni, i Talebani, gli “studenti”, tornano al potere. Praticamente, in una settimana.

Ero indeciso da circa una quindicina di giorni se scrivere semplicemente una recensione del libro di Braithwaite, o un articolo sul collasso di 20 anni di “nation building” occidentale in Afghanistan.

Alla fine, il libro dell’ex ambasciatore britannico a Mosca, uscito quasi 10 anni fa, si è rivelato ampiamente profetico. Come sanno gli storici, la Storia tende a ripetersi, pur con notevoli differenze fenomeniche, eppure il noumeno rimane lo stesso.

400 pagine di analisi che – evento raro – sono in grado di snocciolare il punto di vista sovietico (grazie a un sapiente uso delle fonti in lingua russa), dando un quadro della situazione ampiamente realistico: non c’è spazio per considerazioni da giornalista da 4 soldi che vuole fare l’esperto di intelligence (un vizietto tutto nostrano), anzi viene ampiamente descritta la complessità della situazione come affrontata dai sovietici, che fonti alla mano erano decisamente più preparati (e graditi) degli alleati occidentali. Segno è che il regime socialista afghano durò, dopo l’evacuazione russa, circa 3 anni, a fronte dei tre mesi (scarsi) del regime fantoccio installato dagli americani. I sovietici avevano un’intelligence tattica migliore, hanno schierato sin dal giorno 1 i propri linguisti, orientalisti e altri tecnici. Hanno da subito, a livello locale, strutturato rapporti con i propri nemici, nonostante le atrocità della guerra. Gli occidentali? Facevano la pipì sul Corano e il top che la strategia Petreus ha schierato sono stati i peggiori antropologi americani (per stessa accusa dell’American Anthropologists Association). Non c’è un singolo afghano al di fuori di Kabul che ha veramente apprezzato gli Yankee. Lo stesso Braithwaite riporta interviste ad afghani che asseriscono che “con i sovietici era meglio”. Come spiega l’autore, infatti, dopo appena 4 anni di occupazione, i sovietici avevano capito che il socialismo, l’applicazione di un modello NON LOCALE all’Afghanistan era impossibile e sarebbe stato necessario un governo di larghe intese, anche di matrice islamica, appoggiato da buona parte della popolazione.

Un libro sui generis, ordinato, che presenta la guerra russo-afghana in tutte le sue sfaccettature, belle e brutte, locali e globali, strategiche e tattiche. Da non perdere insomma. Soprattutto per comprendere cosa sta succedendo oggi in loco, e come sia possibile che una forza ufficialmente sconfitta 20 anni fa (in realtà oggi ben diversa rispetto ad allora, tanto da scendere a patti con gli iraniani, con le minoranze sciite, col governo stesso e capace di integrare intere brigate dell’esercito in pochi giorni), sia tornata alla ribalta appena ritirate le forze di occupazione straniere.

I sovietici ci hanno messo 4 anni a capirlo. L’occidente, a 25 anni da “Scontro di civiltà” di Huntington, invece, si racconta ancora la buffonata dei valori universali liberali (che alcuni noti “professori” italiani e patroni di media outlet indegni, in privato, professano siano da portare a suon di bombe anche in Cina).

Perché i liberal americani, e i loro baciapile europei e in particolar modo italioti, vessati dall’ignoranza di chi di scienze umane e sociali non sa assolutamente nulla ed è cresciuto nella bambagia di atenei universitari privati, in un quarto di secolo non hanno capito che ogni paese ha la sua storia e che il “nation building” è una fandonia se non c’è una storia culturale comune che tende verso istituzioni e diritto, e imporre una sedicente visione “universale” (in realtà occidentocentrica) del diritto è, semplicemente, un suicidio. Un suicidio che pagano i nostri militari e i nostri cooperanti, e non certo quegli pseudo intellettuali che rimangono dietro la propria scrivania a Roma o peggio, dentro la propria stanza d’albergo strapagata a Kabul, a Damasco, a Tunisi, al Cairo.

Un libro, Afgantsy, che forse sarebbe stato più utile 10 anni prima della sua stampa, all’alba della nuova politica estera americana post 11 settembre. O, in generale, di una politica estera che l’Europa si rifiuta di riconoscere come TOTALMENTE ERRATA dopo la seconda guerra mondiale: 1 pareggio (Corea), 1 sconfitta (Vietnam), una infinita serie di sconfitte strategiche (Libano, Iran, Somalia, Iraq, Siria, Libia, Afghanistan, solo per menzionare quelle per noi più interessanti).

Sfido qualsivoglia atlantista italiota a spiegare cosa questa serie di impegni internazionali, in cui abbiamo sprecato risorse e vite umane, abbia portato di buono all’interesse italiano ed europeo, in termini spiccioli.

Culturalmente? L’Europa ha perso il rispetto di molti paesi esteri emergenti.

Economicamente? Abbiamo solo speso e perso (nella fattispecie, dal 2010 ad oggi come Italia abbiamo perso i maggiori fornitori di petrolio grezzo: Libia, Iran, Siria, a cui rivendevamo con bilancio in positivo petrolio raffinato).

Umanamente? Abbiamo chiesto fin troppo ai nostri strumenti militari, che di certo sul campo NON hanno fatto brutta figura. La sconfitta occidentale è strategica, non militare.

Paghiamo una classe politica terrificantemente ignorante, una classe di “esperti” giornalisti e think tank che nel migliore dei casi non sa quale differenza corra tra un AK e una piattaforma AR, ma che cianciano di terrorismo.

Insomma, libri come Afgantsy leggeteli, possibilmente prima di prendere decisioni.

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